La Serenissima in Puglia

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Ma perchè è nata l’idea del nome “Il Trullo del Doge“?
Ecco dei cenni storici che legano queste due meravigliose terre Italiane

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I  traffici commerciali tra Venezia e Brindisi sono documentati sin dai tempi della dominazione bizantina. Nel XII secolo è attestata la presenza di importanti case commerciali veneziane a Brindisi e tra le due città si stipulò un trattato di pace e di scambievole difesa. I traffici divennero ancora più intensi durante il periodo federiciano, restando solidi anche con l’avvento degli Angioini, nonostante nei primi tempi di dominazione questi preferirono trattare con mercanti e banchieri fiorentini.

I rapporti tra le due città divennero alquanto agitati verso la fine del XIII secolo, quando nel porto di Brindisi vi furono una serie di sequestri di carichi navali ai mercanti veneziani, dispute risolte solo dopo l’intervento dell’amministrazione centrale. Anche nel primo decennio del ‘300 vi furono controversie e ribellioni nei principali porti pugliesi per gli eccessivi privilegi concessi alla Repubblica di San Marco, tutto questo generò una sorta di “caccia alle navi veneziane” che venivano catturate, danneggiate e quasi sempre depredate.

Nel febbraio del 1341 si generò probabilmente la più lunga controversia tra brindisini e il senato della Serenissima, originato ancora una volta dal sequestro di una nave con l’intero carico di frumento, appartenuto in gran parte alla nobile e potente famiglia veneziana dei Marcello, e per il resto ai Vidal.

Come si è detto, non era la prima volta che i brindisini ricorrevano ad “atti di violenza” e saccheggiavano il carico di grano dalle navi veneziane per rifornire la città di cereali, spinti principalmente dalla carestia e dalla miseria che imperava in quel periodo. Negli anni precedenti ad altre due navi della Repubblica, costrette ad entrare nel porto di Brindisi in cerca di riparo dalla tempesta, erano state requisite gran parte delle merci, allo stesso modo la nave di Cà Marcello fu obbligata a rifugiarsi a Brindisi per sevitiam maris (per la furia del mare), e i brindisini, senza perder tempo, avevano imposto al comandante Domenico Marotto di “scaricare 700 salme di frumento ‘ad salmam Brandicii’ (ovvero secondo la ‘salma di Brindisi’, l’unità di misura dei cereali in vigore all’epoca nella città, ndr) che valevano ogni tomolo sette carlini, once 653 e tarì dieci di carlini gigliati” (G.I. Cassandro, 1937).

La Repubblica di Venezia in questa occasione assunse un atteggiamento fermo ed inflessibile, e con pazienza, tra proteste e lunghe trattative, attese quasi un decennio prima di ricevere il completo risarcimento del danno. I veneziani infatti minacciarono ma evitarono prudentemente la rappresaglia, rimedio violento usato solitamente in questi casi, anche per timore di essere esclusi dai mercati pugliesi e perdere quella posizione di privilegio tanto insidiata dagli altri

concorrenti commerciali, in primis dai fiorentini. 
Il carico di grano era altrettanto importante per la Serenissima, povera di territori fertili adatti alla coltivazione dei cereali, che erano costretti a procurarselo da “vari parti del mondo”.

Il senato della Repubblica subito dopo l’evento scrisse al console di Puglia, con sede a Trani, e al re Roberto d’Angiò detto il Saggio, per chiedere giustizia e soddisfazione, senza però ottenere nulla, quindi decise di nominare una manus sapientes composta da tre savi veneziani incaricati di esaminare accuratamente la delicata questione e proporre opportuni rimedi, scavalcando di fatto l’organo competente per i casi simili, ovvero il collegio delle rappresaglie. Secondo l’opinione di alcuni storici, in quel momento di particolare debolezza della monarchia angioina, Venezia avrebbe potuto infliggere una dura ritorsione contro Brindisi e continuare i traffici commerciali con le altre città, mantenendo inalterati gli interessi con il resto del regno. Ma ciò non avvenne. Il sovrano angioino, il quale “tentava di tenersi amica la Repubblica” governata dal doge Bartolomeo Gradenigo, aveva anche scritto al giustiziere di Terra d’Otranto, al capitano e all’università di Brindisi

La Cavallerizza della Serenissima in Puglia

Articolo di Ettore Beggiato 

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La “cavallerizza” – apprendo dal dizionario – è un luogo attrezzato destinato all’insegnamento o all’esercizio del cavalcare. Con una certa sorpresa, ritrovo il termine anche nella toponomastica veneziana.

Giuseppe Tassini, nella sua fondamentale opera Curiosità veneziane, ci parla di una Calle della Cavallerizza: “È situata questa vicina ai Mendicanti, capace per 70 e più cavalli […] Nel 1735 fu chiusa, e ridotta a savoneria, ma poscia nel 1750 venne rimessa, e durò fino agli ultimi tempi della Repubblica. L’area è ora occupata dal grandioso fabbricato aggiuntosi ai nostri tempi alla Casa di Ricovero”.

Può sembrare strana ai giorni nostri la presenza di cavalli in una città come Venezia; ma va ricordato che ancor oggi nel campanile di San Marco c’è una campana chiamata “la trottiera”, utilizzata per sollecitare i componenti del Maggior Consiglio e a far trottare i loro cavalli per essere puntuali. Solo in seguito ci furono decreti che proibirono l’uso del cavallo.

Tra Monopoli e Alberobello

Non avrei mai pensato, però, di trovarmi una “Cavallerizza della Serenissima” in Puglia, lungo la strada che da Monopoli porta ad Alberobello, al chilometro 14 per la precisione. E che su questa struttura esistesse anche un libro, scritto da Giuseppe Notarnicola nel 1933, pubblicato da Gastone Bellini editore in Venezia con la prefazione di Gino Damerini.

Damerini, notevole figura della cultura veneziana nella prima metà del secolo scorso, direttore per tanti anni de “La Gazzetta di Venezia”, autore di diversi volumi di arte, storia e teatro, sottolinea nella prefazione i legami affettuosi che intercedettero tra la Serenissima e la terra di Puglia, e lasciarono sì profonda traccia di simpatia reciproca nei rapporti sentimentali e commerciali, e negli scambi etnici, tra le popolazioni di San Marco e quelle di San Nicola. Ancor oggi a distanza di secoli, Bari non manca di celebrare, nell’Ascensione, la ricorrenza annuale dell’8 ottobre 1002 quando la flotta veneziana – Doge Pietro Orseolo II – la liberò dalle barbariche incursioni dei Saraceni. Tradizione gentile: ma questo libro richiamerà agevolmente alla mente del lettore le origini della dominazione veneziana in Puglia, svelando la profondità centenaria di una solidarietà marinara.

Quattro note anche sull’autore. Giuseppe Notarnicola, nato ad Alberobello nel 1883, studiò da geometra e poi si trasferì a Firenze dove frequentò la Scuola Filologica di Lingue Moderne e dove fece parte della redazione della rivista “Scena illustrata”; ritornò poi ad Alberobello dove fu eletto consigliere comunale. Nel 1923 fu nominato “Regio Ispettore ai Monumenti e Scavi”, occupandosi soprattutto della tutela e della salvaguardia dei trulli; nel frattempo insegnò inglese a Maglie, Taranto, Venezia, Zara, Foggia, Barletta e Bari. Numerosi e importanti furono i suoi saggi, tra i quali va ricordato I Trulli di Alberobello, il primo studio organico sui questi monumenti e sulla storia della cittadina. Morì nel 1957 ad Alberobello.

Notarnicola dimostra di conoscere molto bene la storia e la civiltà dei veneti. Sentite cosa scrive nel capitolo La passione atavica dei Veneti per gli equini. Vollero incrociare la loro razza con la pugliese: Per darci piena ragione della straordinaria importanza che i Veneziani annettevano all’allevamento dei cavalli, dobbiamo risalire alla passione dei Veneti, primigeni della Paflagonia per le razze nobili degli equini. Di questa loro inclinazione fanno menzione Omero (Odissea), Euripide (Hippol.) e Strabone (Libri V). […] erano di conseguenza, I Veneti, gelosi della loro razza e per nessuna ragione cedevano le loro cavalle “lupifere”, così chiamate per la figura di un lupo, impressa sulla coscia. Grande vendita facevano essi invece di cavalli, chiamati leonini, per l’analoga ragione di portare il marchio del leone marciano.